Formula 1, Lotus ricorda i piloti Jochen Rindt e Ronnie Peterson

ingegner-Clive-ChapmanAll’Autodromo di Monza intervista a Clive Chapman, figlio di Colin Chapman, che ideò tante importanti soluzioni ingegneristiche, utilizzate tuttora in F1

MONZA – All’Autodromo di Monza ho incontrato nella serata del 1° giugno Clive Chapman, figlio di Colin Chapman, che ideò tante importanti soluzioni ingegneristiche, utilizzate tuttora in F1, ma moltissimi ricordano Colin Chapman soprattutto per essere stato il Patron della mitica Lotus, vettura che in F1 ottenne tanti successi.

Clive Chapman si trovava all’Autodromo di Monza per alcune prove con le monoposto storiche e per ricordare i due piloti del Team Lotus, che morirono a causa di gravi incidenti occorsi all’Autodromo di Monza: Jochen Rindt e Ronnie Peterson.

Li abbiamo ricordati ponendo dei mazzi di fiori nei posti dove le loro vetture si sono fatalmente fermate. Jochen Rindt ebbe un grave incidente durante le qualificazioni del sabato, il 5 settembre 1970, e per i punti già accumulati gli fu conferito il titlo di Campione del Mondo di F1 post mortem. Ronnie Peterson ebbe un incidente durante la gara del GP d’Italia e morì all’Ospedale Niguarda di Milano l’11 settembre 1978. Ricordiamo che l’indimenticabile Ayrton Senna fu pilota della Lotus per tre stagioni, dal 1985 al 1987.

Suo padre è stato uno dei più brillanti ingegneri della F1, fu pilota, progettista, costruttore e fondatore della casa automobilistica Lotus cars. Un ricordo del padre Colin Chapman e dell’ingegnere.

Era un papà molto eccitante, sempre impegnato a fare qualcosa, creativo, molto attivo e coinvolgeva noi figli. Spesso si andava con lui nella Scuderia Lotus, era un uomo pieno di interessi e di idee, era un bravo pilota di aerei, si andava a sciare con lui, a volare, si andava al ristorante, era molto presente nella nostra vita, trascorreva le vacanze sempre assieme a noi.

Per quanto riguarda mio padre come ingegnere, ricordo la sua grande capacità di analisi: ogni problema ha decine di soluzioni, e lui era capace di arrivare subito alla soluzione giusta, poi prendeva in considerazione anche le altre, ma una volta che ne individuava una, generalmenre quella era la migliore. Un’altra sua capacità era quella di lavorare in gruppo, aveva attratto a sé molte persone brillanti, era una specie di magnete.

Ha mai lavorato con suo padre?

No, non proprio, ma ricordo che quando avevo sedici o diciassette anni mio padre progettò una barca con cui doveva partecipare ad una competizione e, mentre stavamo andando alla gara, discutevamo di come darle l’assetto migliore al fine di renderla più veloce possibile.

Quale invenzione, quale soluzione tecnica per la F1 considera che sia la più geniale ideata da suo padre?

Potremmo parlare della monoscocca, dell’aerodinamica e di molto altro ancora, ma io credo che lui soprattutto abbia inventato un buon modo di fare ingegneria in F1. Di qualisiasi aspetto si tratti, lui ha arricchito la F1 nel suo complesso, con la sua capacità e il suo approccio nell’affrontare i problemi.

Suo padre fondò la Lotus cars nel 1952. Già negli anni universitari progettò una monoposto, modificando una Austin 7 . Frequentò la University College di Londra, dove approfondì gli studi di aeronautica, che poi lo aiutarono ad essere così brillante in F1. Lei pensa che suo padre sarebbe orgoglioso delle attuali vetture sportive prodotte dalla casa automobilistica che porta sempre il nome Lotus?

Sì, sicuramente, la mia famiglia segue con molto entusiasmo l’evoluzione ingegneristica per quanto riguarda le nuove Lotus; per noi la Lotus si identifica con RAF Hethel, dove la fabbrica è stata fondata e continua l’attuale produzione. Ora sarà interessante vedere cosa accade con la nuova proprietà cinese. Certamente a mio padre sarebbe piaciuto partecipare alla pianificazione del futuro assieme agli attuali proprietari.

Perché suo padre era l’uomo del futuro.

Assolutamente sì.

Quale avventura relativa alle competizioni automobilistiche della Lotus lei preferisce?

Sicuramente la vittoria alla 500 miglia di Indianapolis (N.d.r. La vettura fu portata alla vittoria da Jim Clark nel 1965): era un piccolo Team, solo otto meccanici, erano dall’altra parte del mondo con una macchina e fecero una gara incredibile, e vinsero.

Quale pilota della Lotus, Lei ricorda in modo particolare?

Personalmente, il mio eroe è stato Elio De Angelis.

Grazie, grazie molte per aver ricordato De Angelis, non solo un pilota, ma anche un bravo pianista, era un uomo colto e gentile.

Si, posso dire che era un grande uomo. Era un gentleman, un bravo pianista, un uomo colto. Ricorderò sempre che fu molto gentile e umano nei miei confronti e nei confronti della mia famiglia, quando mio padre morì, e rimase leale con la squadra. Egli corse più GP per la Lotus di ogni altro pilota.

Come è nata la sua passione per il Team storico Lotus?

Ho sentito il desiderio di mantenere vivo un patrimonio storico per l’ automobilismo, per la F1 in particolare, non solo perché Colin Chapman era mio padre … lui era uno che amava il nuovo, a me piace conservare.

Sembra che Bernie Ecclestone abbia intenzione di creare un Campionato storico di F1, cosa ne pensa?

Non ne sono a conoscenza. Può essere.

Sarebbe una bella iniziativa.

Certamente.

Ad ogni modo c’è il Gran Premio storico di F1 a Monaco.

Si, ogni due anni.

Un ricordo dei due piloti della Lotus ai quali questa sera abbiamo reso omaggio, ponendo dei mazzi di fiori dove le loro monoposto si sono fermate fatalmente.

Ricordo poco Jochen Rindt, Ronnie Peterson lo ricordo molto bene, era molto gentile con me, era una persona molto comunicativa, aveva un buon rapporto con i meccanici, credo che sia stato il pilota più amato dai meccanici; era un uomo-squadra, ricordo quando prima della gara riuniva attorno a sé tutti, mio padre, l’ingegnere di gara, il capo dei meccnici, ed era stupefacente la sua capacità di coinvolgerli.

Ringrazio molto Clive Chapman per la concessione di questa intervista, un grazie cordiale a Silvia, che lavora all’Autodromo di Monza, ha una grandissima passione per i motori e ha dato un notevole contributo affinché siano ricordati Jochen Rindt e Ronnie Peterson, un grazie a tutti i lavoratori dell’Autodromo.

Grazie all’ing. Stefano Favretto per la collaborazione con la traduzione.