Deca, un artista a tutto tondo: la nostra intervista

SAVONA – Federico De Caroli, in arte Deca, è un artista a tutto tondo: compositore e scrittore, pianista di formazione classica, dalla metà degli anni ’80 si è accostato al suono elettronico e sperimentale e ha seguito un suo personale percorso di ricerca e produzione, pur continuando a coltivare parallelamente ambiti più tradizionali, per esempio la musica per il teatro e per la televisione (Rai); in tal senso ha realizzato brani per importanti trasmissioni televisive, quali Voyager e TG2 Dossier.

Tra il 1986 e il 1990 lavora in alcuni studi di registrazione come produttore del suono e arrangiatore. Dal 2009 al 2011 è direttore artistico dell’Antico Teatro Sacco di Savona. Nel 2017 pubblica per la prima volta un album di solo pianoforte, dal titolo ‘Isole invisibili’, tornando allo strumento delle sue vocazioni originare proponendo atmosfere minimaliste e intimistiche.

Cosa rappresenta fare musica per te?

“Dire che è una ragione di vita è banale lo so ma è la verità. La musica è una chiave di volta, non posso considerarla solo una passione o mestiere, è il mio stile di vita, la mia quotidianità, un punto di riferimento imprescindibile. E’ ovvio che poi c’è passione e vocazione: basta pensare che sin dalle elementari, quando ancora non prendevo in mano un strumento musicale, cantavo e suonavo la batteria… E’ il filo conduttore della mia vita”.

Nei tuoi 40 anni di carriera, c’è un album a cui sei più legato?

“Isole invisibili, l’ultimo lavoro discografico uscito nel 2017. E’ paradossale, ma con questo album ritorno alle origini cioè il piano. Sono cresciuto suonando il pianoforte, è lo strumento presente in ogni mia composizione ma è la prima volta in cui una mia produzione è scritta interamente ed esclusivamente con il pianoforte”.

Dai tuoi inizi a oggi, com’è cambiato il tuo modo di fare musica?

“Si è evoluto con costanza: ho iniziato con il pianoforte, poi ho conosciuto l’elettronica e ho unito così le due cose. E’ cambiato perché è cambiato il mondo della musica: prima componevo e registravo con le cassette in modo molto più limitato e artigianale; oggi è cambiato il modo di lavorare: fare musica significa rapportarsi necessariamente con collaboratori e nuovi mezzi di registrazione. Penso che il mutamento non riguardo solo me, ma sia insito ovunque”.

Secondo te, nella scena musicale italiana attuale, quanta voglia c’è di sperimentare?

“La voglia c’è ma è relegata a una nicchia. La frattura tra la musica radiofonica-televisiva e il mercato (realmente) indipendente, è molto accentuata. Da un lato c’è il pop poco incline all’innovazione, più sostanziale; dall’altro ci sono tanti ambienti dove si fa ricerca per portare avanti nuovi percorsi ma mancano le risorse economiche, manca la spinta giusta. Sono questi i limiti di un paese, l’Italia, che negli ultimi 20/30 anni ha sperimentato di più in ambito musicale”.

Hai ancora dei sogni nel cassetto?

“Ogni giorno metto un sogno nel cassetto, poi è normale fare delle scelte per raggiungere degli obiettivi. Dopo 40 anni di carriere ha ancora delle voglie come fare concerti in location atipiche, particolari in giro per il mondo”.

Francesca Di Giuseppe