Possono celare una patologia infiammatoria in grande crescita che richiede diagnosi precoce e terapie mirate
La difficoltà a deglutire, il bruciore retrosternale e l’ansia che si manifesta dopo i pasti sono sintomi che spesso vengono sottovalutati o confusi con altre patologie più comuni, come la malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE).

Tuttavia, dietro questi disturbi può nascondersi un disturbo infiammatorio immuno-mediato poco conosciuto ma in aumento di diagnosi: l’esofagite eosinofila (EoE).
Un’infiammazione allergica dell’esofago sempre più diffusa
L’esofagite eosinofila è una patologia cronica che coinvolge l’infiammazione dell’esofago causata dall’accumulo anomalo di eosinofili, un tipo di globuli bianchi coinvolti nelle risposte allergiche, nella mucosa esofagea. Secondo dati aggiornati, la sua incidenza in Europa e nei Paesi occidentali arriva fino a 20 casi ogni 100.000 persone all’anno, con una prevalenza stimata superiore a 1 su 1.000 individui. La fascia d’età maggiormente colpita negli adulti è tra i 35 e i 39 anni, con un decremento dell’incidenza dopo i 45 anni.
Colpisce entrambi i sessi, ma il rischio per gli uomini è circa triplo rispetto alle donne. La malattia può manifestarsi in tutte le età, dall’infanzia fino all’età avanzata. È associata a una risposta infiammatoria di tipo 2, spesso concomitante con altre malattie allergiche come asma, rinite allergica e poliposi nasale.

Un aspetto cruciale è che i sintomi dell’EoE negli adulti si sovrappongono frequentemente a quelli del reflusso gastroesofageo, il che porta a frequenti errori diagnostici e trattamenti inadeguati.
L’esofagite eosinofila si presenta principalmente con:
- Disfagia, ovvero difficoltà a deglutire, spesso con la sensazione che il cibo “si blocchi” nell’esofago.
- Bruciore epigastrico retrosternale e dolore toracico non cardiaco.
- Sensazione di oppressione al petto durante o subito dopo i pasti.
- Necessità di rallentare i pasti, mangiare bocconi piccoli o preferire cibi morbidi e liquidi.
- Nei casi più gravi, alcuni pazienti arrivano a evitare il cibo, con conseguenze psicologiche che possono mimare anoressia o depressione.
Il ritardo nella diagnosi è significativo, con una media di 5-6 anni dalla comparsa dei primi sintomi. Questo ritardo è spesso dovuto alla confusione con la MRGE e alla scarsa consapevolezza della malattia sia da parte dei pazienti che dei medici. Non è raro che circa un terzo dei pazienti si presenti in pronto soccorso per un episodio di bolo alimentare, cioè un blocco del cibo nell’esofago.
La disfagia è un sintomo d’allarme che richiede indagine endoscopica. Alcune espressioni utilizzate dai pazienti, come “il boccone si ferma” o “sento un peso al centro del petto”, possono essere fondamentali per indirizzare la diagnosi.
La conferma diagnostica dell’esofagite eosinofila si basa su un’endoscopia con multiple biopsie dell’esofago e la successiva analisi istologica che evidenzia un’infiltrazione di eosinofili superiore a 15 per campo ad alto ingrandimento.
Il campionamento deve essere accurato e distribuito lungo tutto l’esofago (prossimale, medio e distale), poiché la malattia può manifestarsi in modo disomogeneo. Spesso, l’aspetto endoscopico mostra anelli circolari (il cosiddetto “esofago felino”), solchi longitudinali o stenosi, ma può anche apparire normale, rendendo le biopsie essenziali.
Un ulteriore elemento di difficoltà è rappresentato dalla possibile sovrapposizione di sintomi con la MRGE, che può anch’essa presentare infiltrazione eosinofila, sebbene di entità minore. Per questo motivo, la diagnosi differenziale richiede esperienza e una corretta valutazione istologica.
Ogni anno, a maggio, si celebra la Giornata internazionale di sensibilizzazione sull’esofagite eosinofila, momento importante per aumentare la conoscenza della malattia tra medici, pazienti e cittadini, rompendo così il muro del silenzio che ha accompagnato a lungo questa patologia.






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