Kiol esce in radio “Ciao”, ecco di cosa parla il brano

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Kiol non è un artista “social”, uno di quelli che fanno attenzione ai post, alle stories e che ti fanno entrare nella loro vita privata

Dal 29 gennaio è in rotazione radiofonica “Ciao”, il singolo di Kiol già online su tutte le piattaforme digitali. Il brano fa parte di “Techno Drug Store” (Join Records), album di debutto uscito in digitale il 23 ottobre scorso. Kiol è un cantautore italiano che ha trovato la sua dimensione artistica in Europa. Nonostante la giovane età, ha all’attivo oltre 150 date in giro per il continente. Si è fatto conoscere al grande pubblico in Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania, aprendo concerti ad artisti del calibro di Placebo, Patty Smith, Natalie Imbruglia, Jack Savoretti, Joan Baez, Editors, Eros Ramazzotti, e ora torna in Italia presentando al pubblico autoctono il suo nuovo lavoro discografico.

Kiol ci ha gentilmente concesso un’intervista.

“Ciao” è il tuo singolo, di che cosa si tratta?

Ciao è una canzone che parla di andare avanti, di avere il sangue freddo per lasciare qualcosa per trovare qualcosa di più, rischiando. Questa immagine viene metaforizzata nella canzone tramite il salutarsi di due amanti che, per un motivo o per un altro, sono costretti a lasciare il proprio amore alle spalle. Essendo spesso in tour, movendomi spesso di città in città e non avendo avuto una “residenza” per molto tempo ho dovuto affrontare situazioni del genere, come molti miei coetanei che per studio o lavoro sono costretti ad abbandonare le relazioni create in un posto per spostarsi in un altro, andando avanti.

Il brano fa parte dell’album di debutto “Techno Drug Store”, com’è composto?

L’album non è nato come tale, ma più come una selezione delle canzoni che più mi piacevano. Il titolo dell’album viene dall’omonima canzone, la traccia numero 5. Oltre a essere un titolo che mi piace molto, l’ho scelto perché rappresenta benissimo l’eterogeneità dell’album. Techno Drug Store per me è il mondo in cui viviamo oggi, un mondo pieno di possibilità che, grazie alle tecnologie, lascia quasi l’imbarazzo della scelta e rende più difficile per noi giovani “scegliere” quale strada percorrere nella vita; una via che un tempo poteva sembrare sicura e retta oggi non darebbe le stesse sicurezze a chi la intraprende. Ecco perché “Drug Store”, un gigantesco supermercato che offre talmente tante scelte che, se non hai le idee chiare, rischia di farti perdere la strada. Techno invece, non rappresenta un genere musicale, ma il fatto che siamo sempre più legati a vivere la nostra vita tramite la tecnologia (smart working, registrare un album su un computer, laurearsi in una università di londinese vivendo a Torino ecc..).

Sei definito come un cantante di razza, da live. Come nasce questa definizione e perché?

Da quando ho iniziato a scrivere musica mi sono sempre concentrato su una cosa: fare quanti più concerti possibile. E in questi anni sono riuscito a salire su palchi che non avrei neanche mai sognato di vedere. Questo ha creato in me il bisogno di portare la mia musica dal vivo; fare uscire una canzone su Spotify e parlarne su Instagram non mi basta, ho bisogno di vedere le emozioni negli occhi delle persone mentre ascoltano la mia musica! Siccome mi sono sempre concentrato sul cantare dal vivo e portare la mia musica in giro, mi sono ritrovato nella situazione in cui l’unico modo per parlare alle persone era tramite i social networks. Inutile dire che non avendo mai improntato la mia carriera sull’utilizzo dei social, mi sono ritrovato, e tuttora mi ritrovo fermo, in attesa di poter ricominciare a suonare le mie canzoni davanti al mio pubblico. Ho pubblicato l’album nonostante il periodo difficile, ma l’obbiettivo è che possa suonarlo al più presto dal vivo, per godere a pieno del lavoro fatto.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Da piccolo avevo un amico un po’ più grande di me che suonava la batteria. Un giorno andai a casa sua e me la fece provare. Il giorno dopo costruivo sul letto di camera mia una batteria usando le custodie delle videocassette su cui sbattevo con forza dei mestoli di legno. Rotte tutte le cassette, mio padre fu costretto a prendermi una batteria muta. Da li iniziò tutto; le prime band, i primi contest, le prime registrazioni, imparare a suonare altri strumenti, a cantare, e infine, a scrivere le mie canzoni.