“La centrale di Metsamor – si legge nell’appello-denuncia dell’Ong – fu costruita in epoca sovietica, agli inizi degli anni 70, in una delle aree a più alto rischio sismico. Non è un caso che nel 1989 lo stesso governo sovietico decise di chiuderla a seguito di un catastrofico terremoto che colpì l’Armenia e che causò oltre 25.000 vittime. L’epicentro del sisma si trovava a soli 75 chilometri dalla centrale. Dopo 16 anni dalla sua chiusura, nel 1995, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’urgente fabbisogno energetico della popolazione armena, rimasta ormai geograficamente isolata a causa dei conflitti con i paesi confinanti Turchia e Azerbaigian, il governo decise di riattivare la centrale di Metsamor”.
Da li ad oggi la storia è lunga e corredata di promesse non mantenute, ricorda l’Ong Stop Metsamor Coalition. La centrale copre il 40% dell’attuale fabbisogno energetico del paese. Nonostante le pressanti richieste delle istituzioni internazionali, degli ambientalisti e delle comunità scientifiche a trovare forme alternative di approvvigionamento energetico, seguite anche da proposte di supporti economici, il governo armeno si è sempre rifiutato di prendere realmente in considerazione la chiusura di Metsamor.
Al contrario, la chiusura dapprima prevista nel 2004, poi posticipata al 1 settembre 2016, è stata nuovamente rimandata al 2026. Scelta comprensibile per alcuni, assurda ed omicida per altri, rileva l’Ong Stop Metsamor Coalition. “La centrale di Metsamor, ormai obsoleta e senza i moderni requisiti di sicurezza, è e continuerà ad essere una bomba ad orologeria, non solo per la regione del Caucaso, bensì per l’Europa e per il mondo intero”, protesta l’Ong.
A cura di Romolo Martelloni
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