L’ironia e l’analisi sociologica nell’Espressionismo di Cristina Barr (IE)

Delphine in Red (Je pose donc je suis)

La capacità di raccontare le emozioni più profonde è denominatore comune tra gli artisti di ogni epoca, a maggior ragione per i contemporanei che evidenziano quanto nella società attuale il sentire sia messo in secondo piano rispetto all’apparire. Il divario tra i due opposti modi di essere è il punto su cui si concentra la ricerca espressionista della protagonista di oggi.

Multietnica per genetica, nata a Buenos Aires da madre cubana e padre argentino, nel corso della sua vita si è spostata molto per lavoro e probabilmente anche per indole, fino ad approdare a Parigi dove attualmente vive e lavora; l’incontro con l’arte per lei è avvenuto tardi, all’età di quarant’anni, probabilmente perché era necessario che la sua natura curiosa ed eclettica assorbisse esperienze, emozioni e sensazioni, prima di riuscire a metterle sulla tela. In realtà era da sempre appassionata di pittura ma il talento naturale nel disegno di suo fratello maggiore le avevano dato la sensazione di sentirsi inadeguata, non all’altezza di poter entrare nel mondo artistico e così scelse di rinunciare senza neanche tentare.

cold
1 Cold (Freddo)

In età matura, o per meglio dire pronta per manifestare la propria interiorità, ha sentito l’impulso di riprendere il cammino artistico interrotto avvicinandosi spontaneamente all’Espressionismo per la marcata tendenza a prediligere il sentire, la sensazione filtrata dall’individualità dell’artista, a scapito di tutte le regole coloristiche e pittoriche di altri movimenti appartenenti alla medesima epoca in cui la corrente è nata, e cioè intorno ai primi decenni del Novecento. A differenza dell’Impressionismo, in cui la priorità era data alla realtà oggettiva da riprodurre nel modo più esteticamente bello possibile, concentrandosi sulla luce e sull’apparenza di ciò che era piacevole allo sguardo e ritraendo soggetti e scorci che descrivessero la gioia di vivere, l’Espressionismo rifiutava l’estetica, il bello, per dare la priorità alle sensazioni spogliate di ogni filtro, prediligeva il mostrare le profondità psicologiche e interiori dell’artista anche se drammatiche. Il colore dunque diventa mezzo per raccontare, ma molto più spesso gridare, emozioni altrimenti inespresse, attraverso tonalità forti, aggressive, piene, in alcuni casi cupe, come per l’Espressionismo nordico di Edvard Munch, oppure più vivaci e sognanti come per le opere di Matisse e Gaugin, sempre caratterizzate da un segno fortemente incisivo. Cristina Barr attinge a questo stile per esprimere il suo pensiero filosofico sulla realtà moderna ma anche per osservare con ironia i comportamenti contemporanei, quelli in cui l’essenza si perde dentro la forma al punto di non essere più in grado di distinguere i due paralleli modi di essere e di comportarsi. Ciò che la stimola di più è raccontare il confronto con un’oggettività spesso superficiale, in altri casi invece guardata in modo frettoloso senza andare ad approfondire cosa si nasconda dietro un atteggiamento o una scelta; e poi il sociale, uno dei temi più cari alla Barr, in cui mette in luce soprattutto la delicatezza del mondo naturale che troppo spesso viene sacrificato in nome di un progresso che induce l’uomo a dimenticare l’importanza di tutelare l’ambiente in cui vive.

Memories of the Future (Futuro de un pasado plusqueunperfecto)
2 Memories of the future (Memorie dal Futuro)

Quest’ultimo gruppo tematico di tele, denominate Futuro de un Pasado pluscuamperfeco, è forse quello più visionario, legato all’immaginario dell’artista, che ipotizza un mondo dissestato, scioccante per ciò che può perdere ma al tempo stesso volto verso una possibile rinascita, in virtù della capacità insita nell’uomo di rialzarsi e trovare risorse anche dove tutto sembra essere perduto.

panuelos-verdes (Futuro de un pasado plusqueunperfecto)
3 Panuelos verdes (Fazzoletti verdi)

Il lavoro Pañuelos Verdes sembra descrivere uno scenario post apocalittico in cui il verde del velo indossato dalla donna in primo piano, sembra esso stesso essere il simbolo di nuove opzioni, di nuove possibilità per uscire dal buio e dalla polvere alle sue spalle e intraprendere un nuovo cammino di speranza raccontato attraverso il suo sguardo, rassegnato ma al tempo stesso determinato.

In realtà l’opera è stata dipinta per raccontare la lotta delle donne argentine per il diritto a scegliere l’aborto, scegliendo di indossare copricapi verdi come simbolo della loro protesta. Le tele appartenenti al gruppo Je pose donc je suis, prendono invece ironicamente in giro gli atteggiamenti di molte persone che, con l’avvento dei social media e degli smarthphone con sui scattarsi foto in ogni occasione, pensano di guadagnarsi la propria fetta di celebrità senza averne un fondato motivo; in queste tele la Barr si interroga sull’importanza dell’immagine, su quanto l’essere sia davvero messo a tacere da un apparire che in fondo appiattisce e priva l’individuo di quella sostanza sulla base della quale poter, meritatamente in quel caso, emergere.

La peintre in her Art Studio (Je pose donc je suis)
4 La Peintre in her Art Studio (La Pittrice nel suo Studio d’Arte)
Sweet-Bird-of Youth (Je pose donc je suis)
5 Sweet Bird of Youth (Dolce Uccello della Giovinezza)

Delphine in Red (l’opera in copertina articolo) ma anche La peintre in her Art Studio e Sweet Bird of Youth, rappresentano in pieno questo ciclo di lavori, in cui le protagoniste appaiono annoiate, ma anche ammiccanti, sicure di sé ma in fondo rassicurate dalla distanza, come se dovessero conquistare e mostrarsi a chiunque si nasconda dietro l’obiettivo, a chiunque guarderà quell’immagine; ecco dunque il sottile riferimento da parte di Cristina Barr alla perdita del rapporto umano per privilegiare quello virtuale, in cui non è necessario mettersi a nudo e togliere la maschera che si indossa perché nessuno dall’altra parte potrà guardarci davvero negli occhi e leggere in fondo a essi.

Nena-neuròtica (Cosa 'e minas).jpg
6 Nena neurotica (Ragazza nevrotica)
Morocha-Argentina (Cosa 'e minas)
7 Morocha Argentina (Brunetta Argentina)

Infine l’ultimo ciclo tematico, Cosa ‘e minas, è legato al pregiudizio, o meglio al modo un po’ superficiale in cui gli uomini guardano le donne ritenendole effimere, a volte isteriche, a volte invece esageratamente appariscenti, troppo preoccupate di trascorrere il loro tempo libero tra shopping ed estetiste senza in realtà domandarsi se quel mostrarsi non nasconda profonde insicurezze, senso di rivalsa, bisogno di auto gratificarsi perché in alcuni casi nessun altro lo farà. È uno sguardo profondo e attento alla società contemporanea quello di Cristina Barr, donna sicura e ironica, dissacrante ma anche sensibile che ha dovuto affrontare un cammino introspettivo profondo per raggiungere la maturità artistica che attualmente sente come una seconda pelle. Dal 2015 a oggi ha partecipato a molte collettive in Francia, Argentina, Stati Uniti e Qatar, ed è tra gli artisti selezionati per la mostra internazionale Lisbona Contemporanea, in programma presso la galleria Atelier Natalia Gromicho dal 4 al 10 aprile 2020.

CRISTINA BARR-CONTATTI
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