Dall’annuncio social “cerchiamo parrucchiere uomo gay” alla riapertura delle scuole: un viaggio tra stereotipi, carenza di servizi e diritti negati che spingono troppe donne fuori dal lavoro
Un annuncio di lavoro apparso nei giorni scorsi su un gruppo facebook ha sollevato un acceso dibattito nazionale: “Cerchiamo parrucchiere uomo gay con partita Iva”. Poche righe sono bastate a scatenare una valanga di commenti. “I parrucchieri per donne gay hanno una manualità, una sensibilità, una delicatezza nei confronti delle clienti, uno stile e uno charme diverso”, ha spiegato a un quotidiano il titolare, rivendicando una posizione che in poche ore ha fatto il giro d’Italia, dopo che l’annuncio era stato ripreso da numerose testate nazionali. Il post è stato poi rimosso, ma il dibattito ha continuato a circolare sui social, riportando al centro una questione che va ben oltre la singola vicenda: in Italia, il lavoro continua troppo spesso a essere filtrato da pregiudizi, stereotipi e, soprattutto, da un’asimmetria profonda quando si parla di donne e maternità.
Mentre gli studenti tornano sui banchi, molte madri affrontano l’ennesima corsa a ostacoli tra orari scolastici, attività extrascolastiche e mancanza di servizi di supporto. Non è un caso che l’Italia sia stata definita “non un Paese per madri”, come titola anche il saggio che riporta un’analisi approfondita sulla crisi demografica della ricercatrice Alessandra Minello. Una definizione confermata dai dati: la natalità cala costantemente, il tasso di occupazione femminile è significativamente più basso della media europea e ben al di sotto del tasso maschile e cosa ancor più grave, diminuisce all’aumentare del numero dei figli.
Il nodo resta sempre lo stesso: chi diventa madre si trova ancora troppo frequentemente davanti a una scelta forzata tra lavoro e famiglia. Malgrado l’ordinamento italiano disponga di una normativa avanzata sulla carta, la realtà restituisce storie di donne costrette a dimettersi o messe ai margini dopo una gravidanza. La giurisprudenza ne è testimone: licenziamenti mascherati, contratti non rinnovati, carriere bloccate.
La pratica delle “dimissioni in bianco”, pur formalmente vietata, ha lasciato un segno culturale che ancora resiste. Oggi la discriminazione è più subdola: basta una modifica all’orario aziendale per rendere impossibile a una madre con figli piccoli continuare a lavorare. Lo ha riconosciuto anche la giurisprudenza, parlando di discriminazione indiretta quando un’organizzazione del lavoro penalizza chi ha compiti di cura.
A peggiorare il quadro c’è l’instabilità contrattuale. Le forme di lavoro precario, dal tempo determinato al lavoro intermittente (detto anche “a chiamata”), rendono spesso impossibile accedere pienamente ai congedi di maternità e parentali. Un sistema che finisce per colpire in modo particolare le giovani donne, costringendole a rinunciare o a rimandare il progetto di maternità.
Se in teoria i servizi educativi dovrebbero essere il pilastro su cui regge la conciliazione vita-lavoro, la realtà racconta altro. In Italia, secondo i dati Istat, la copertura dei posti negli asili nido è del 30%, ancora sotto la media europea. Con differenze enormi tra Nord e Sud: nel Centro si arriva al 38,8%, mentre nel Mezzogiorno ci si ferma al 17,3%. Rispetto al nuovo obiettivo europeo del 45% di copertura entro il 2030, l’Italia appare ancora lontana, nonostante i segnali di miglioramento registrati a livello nazionale.
Oggi i nidi restano di fatto “servizi per pochi”, spesso a pagamento elevato e con criteri di accesso che privilegiano le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. Paradossalmente, chi più avrebbe bisogno di sostegno come le madri sole o chi ha un solo stipendio in casa, rischia di restarne escluso.
Dietro numeri e norme si cela un’inerzia culturale: il mito della maternità come destino esclusivo, gli “angeli del focolare” evocati da decenni di retorica domestica, la cura considerata naturale e gratuita. Non stupisce che molte donne si sentano spinte o percepite come primarie responsabili del lavoro familiare, mentre il padre resta spesso “secondo” anche quando le leggi tentano di allargarne i diritti. Nel nostro ordinamento, il Testo unico sulla maternità e paternità del 2001, ha rafforzato la posizione del padre (compreso l’obbligatorio di paternità), e la giurisprudenza ha riconosciuto perfino il ruolo del genitore sociale. Ma il disallineamento tra testi e contesti resta evidente: la ripartizione reale della cura continua a gravare sulle madri e perfino scegliere di essere “child free” porta a subire pregiudizi.
A ciò si somma un limite strutturale: la flessibilità del lavoro, telelavoro ben regolato, orari su misura, diritto a chiedere turni compatibili e risposta motivata, è la grande assente del recepimento italiano della direttiva europea 2019/1158 sull’equilibrio vita-lavoro. La mancanza di regole chiare lascia troppo potere discrezionale all’impresa e rimanda ai giudici ciò che dovrebbe essere accordo organizzativo. Risultato: il sistema continua a considerare la cura “cosa da madri” e a delegare al tribunale la correzione delle asimmetrie.
La vicenda del salone abruzzese sembra una polemica social; in realtà è un campanello d’allarme: quando si legittimano stereotipi si finisce per giustificare pratiche escludenti. Nel lavoro accade ogni giorno, spesso senza clamore: colloqui in cui si chiedono “progetti familiari”, promozioni rinviate “a dopo i figli”, cambi di turno che diventano licenziamenti di fatto. La tutela antidiscriminatoria oggi ci offre strumenti per reagire, ma senza servizi universali e senza un salto culturale la scelta tra lavoro e maternità resterà, per troppe donne, una scelta obbligata.
Per costruire un mercato del lavoro realmente equo occorrono azioni concrete e coordinate. Tre le priorità: attuare pienamente la direttiva europea 2019/1158, riconoscendo a ogni lavoratore e lavoratrice il diritto di chiedere orari flessibili con risposte motivate e verificabili; colmare il divario territoriale negli asili nido, fissando standard nazionali di copertura, costi e qualità, per garantire un servizio accessibile a tutte le famiglie senza penalizzare quelle mono-reddito; rafforzare gli organismi di parità, assicurando risorse e poteri adeguati perché la tutela contro le discriminazioni sia effettiva e capillare.
Non si tratta solo di misure organizzative, ma di un impegno politico e culturale che richiama i principi sanciti dalla nostra Costituzione e dal diritto europeo: contrastare ogni forma di discriminazione e promuovere pratiche inclusive che consentano a donne e uomini di partecipare pienamente alla vita lavorativa e familiare. È questa la condizione necessaria perché l’equilibrio tra lavoro e maternità, finora mancato, possa finalmente diventare un obiettivo concreto e raggiungibile.












